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Omaggio a Pina Bausch

“Una monaca col gelato, una santa coi pattini a rotelle, un volto da regina in esilio, da fondatrice di ordine religioso, da giudice di un tribunale metafisico, che all’improvviso ti strizza l’occhio col suo volto aristocratico, tenero e crudele, misterioso e familiare, chiuso in un’enigmatica immobilità.” Così la descriveva, dopo il loro primo incontro nei camerini alla fine dello spettacolo 1980 Federico Fellini, che finalmente aveva trovato il volto che cercava per la principessa cieca del suo film E la nave va. Nata a Solingen, in Germania, il 27 luglio 1940, mostra sin da bambina una grande attitudine alla danza e una particolare curiosità verso i comportamenti delle persone. Si divertiva a nascondersi sotto i tavoli del ristorante dei suoi genitori, per scrutare la gente, e a ballare nel modo più libero possibile, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “donna serpente”. Studia classica in un teatro dell’opera e poi alla Folkwang Hochschule di Essen, prima di iniziare a lavorare a New York nel New American Ballet e nel Metropolitan Opera Ballet diretto da Antony Tudor. Dal 1973 dirige una sua compagnia, il Wuppertaler Tanztheater. Pina Bausch appartiene alla corrente tedesca neo-impressionista che denuncia la società consumistica contemporanea. Al riguardo, opera emblematica è Sette peccati capitali in cui mette in ridicolo tutti i vizi borghesi, presentando il mondo come un grande bordello dove tutti cercano di sopravvivere. Per lei è importante la forza, il coraggio di andare avanti in una società difficile, senza rassegnarsi o abbandonarsi alla consolazione. A questo suo modo di reagire alla realtà in cui viviamo corrisponde un tipo di danza altrettanto rivoluzionario. Crea una frattura decisiva con il balletto tradizionale e crea opere – difficilmente classificabili – in cui la danza, il teatro, parti di parlato, il canto, la musica, il film si fondono insieme. Ha messo in scena spettacoli, astratti ma anche molto concreti, di una potenza suggestiva mitica e attuale allo stesso tempo, utilizzando sulla scena ogni sorta di materiale, l’acqua, la terra, le foglie secche, migliaia di garofani, i detriti di un muro che crolla sul palco, persino un ippopotamo. I suoi spettacoli, chiamati “Stücke” (“pezzi”), sono dei veri e propri collage che nascono da un continuo dialogo con il gruppo dei danzatori, attraverso un vero e proprio work in progress. «Quando comincio un lavoro – afferma – non so mai cosa ne verrà fuori, dato che all’inizio non ci sono scene, non c’è testo, non c’è musica, non c’è niente, c’è solo la mia compagnia, le persone con cui lavoro». Chi guarda, riconosce la propria realtà quotidiana, il proprio comportamento e i mali della società contemporanea: la solitudine della vita in comune, l’incomunicabilità tra le persone, l’oppressione ossessiva dei massmedia, il complicato equilibrio fra uomini e donne. «Credo che esista nella vita qualcosa che appartiene a tutti e che continuamente cerco – dichiara -. Per me è molto importante che ognuno abbia fiducia nelle proprie sensazioni, non importa quali siano, senza forzare nulla… Amo le cose ‘aperte’ che lasciano allo spettatore il tempo di esserci e di interpretare liberamente… Per me sarebbe terribile dover dire quello che lo spettatore dovrebbe pensare e sentire assistendo ad un mio spettacolo. In fondo credo che ciascuno di noi lo sappia già, lo sappia da sempre, da qualche parte… forse non a parole. Ma è bello anche non sapere: è magnifico». Nella danza, protagonista nelle sue opere, si sente l’influenza di Kurt Jooss e Martha Graham; la sua tecnica è respirata, fluida, elastica e caratterizzata da un movimento insistente della schiena e delle braccia, ma anche da una particolare attenzione ai piccoli dettagli, ai gesti, alle espressioni del volto. Con la sua compagnia ha creato più di trenta lavori, molti nati su commissione o a seguito di soggiorni e viaggi in diverse città, come Viktor , un omaggio a Roma. Il suo indiscutibile capolavoro è Café Müller (1978) eccone un breve video: tutto incentrato sull’ossessione dell’incontro e del contatto, sull’incomunicabilità tra uomo e donna. Quaranta minuti di danza su musica di Henry Purcell, per sei interpreti in tutto, tra cui la stessa coreografa che sino alla fine degli anni Novanta non accetterà più di comparire in scena. Mentre nella prima fase della sua vita Pina Bausch si è spesso ispirata a grandi opere della letteratura, del teatro, della storia della musica o della danza (come in Blaubart, Le sacré du printemps, Iphigenie auf Tauris, Orpheus und Eurydike , etc.), dopo Café Müller ha realizzato spettacoli ispirandosi solo a se stessa e ai suoi danzatori, alla realtà e alla vita.

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